Archivi del mese: giugno 2015

Corte dei conti: allarme derivati nei Comuni. ANCI riduce la portata del problema

Contabilizzazioni spesso errate, particolare aleatorietà nelle sottoscrizioni, violazioni normative e notevoli squilibri contrattuali in danno agli enti per la mancata valutazione della convenienza economica dei contratti. Sono alcune della gravi anomalie denunciate ieri dalla Corte dei conti in Commissione Finanze della Camera nell’utilizzo degli strumenti derivati da parte degli enti locali.

A fronte dei circa 160 miliardi del portafoglio degli strumenti derivati dello Stato, all’inizio del 2015 il valore nozionale dei contratti sui derivati degli enti territoriali, “pure se significativo nei riflessi sui relativi equilibri di gestione, sarebbe di poco inferiore ai 25 miliardi, il 60% dei quali imputabili ai contratti sottoscritti da Regioni e Province autonome”. Sono i dati forniti dalla magistratura contabile.

Le problematiche di maggiore interesse messe in luce “si incentrano principalmente sulla errata contabilizzazione dei flussi derivanti dai contratti di finanza derivata, sul costante valore negativo negli anni del mark to market, sulla particolare aleatorietà dei contratti sin dal momento della sottoscrizione e sulle notevoli ripercussioni che i contenziosi in tale materia possono determinare sulla finanza locale”.
“Sin dall’esame delle prime operazioni di finanza derivata stipulate dagli enti locali – hanno proseguito i rappresentanti della Corte – è emerso che non sempre l’imputazione contabile dei flussi finanziari in entrata ed in uscita è avvenuta in conformità ai principi contabili, lasciando trasparire la concreta finalità da parte degli enti di reperimento immediato di liquidità con traslazione in avanti nel tempo degli oneri a servizio del debito”.

Le Sezioni regionali hanno, quindi, richiamato l’attenzione degli enti “sull’aleatorietà di operazioni finanziarie strutturate con contratti derivati che potevano presentare rischi a carico di esercizi futuri e la cui struttura e complessità poteva non essere in linea con le esigenze finanziarie dell’ente e con l’effettiva capacità dello stesso (in relazione agli strumenti conoscitivi e valutativi ed alla professionalità di cui dispone) di comprenderne a pieno i relativi rischi”.

In particolare, è stata evidenziata “la sussistenza di violazioni normative e notevoli squilibri contrattuali in danno degli enti locali per la mancata valutazione della convenienza economica dei contratti; per la presenza di spread particolarmente onerosi; per la stipula dei contratti in lingua inglese in assenza delle traduzioni; per l’inserimento di opzioni digitali con discontinuità nella sequenza dei tassi di interesse in contrasto con il decreto ministeriale 389/2003 e per la scelta di advisor coincidenti con la figura dell’intermediario finanziario in palese conflitto di interessi”.

“Gravi anomalie – conclude la Corte – sono state riscontrate anche per contratti derivati stipulati matematicamente in perdita, per contratti afferenti mutui già estinti o per la concessione di delegazioni di pagamento in violazione dell’art. 206 del Testo unico degli enti locali che prevede tale garanzia soltanto per il pagamento delle rate di ammortamento di mutui e prestiti”.

Anci: “difficoltà del passato già gestite, restano solo problematiche oggetto di contenzioso ed arbitrati”

“Le difficoltà che si erano generate negli anni passati sono state il più possibile gestite e controllate, restano ancora problematiche oggetto di arbitrati e contenziosi ma in questo momento, pur rispettando il richiamo della Corte, per quanto riguarda i comuni i problemi della finanza locale sono più riferiti ai tagli che ai derivati”.

Così il sindaco di Ascoli Piceno e delegato Anci alla Finanza Locale, Guido Castelli, ha commentato il rilievo della Corte dei conti secondo la quale gli enti territoriali “hanno ben presto evidenziato profili di criticità piuttosto elevati” in merito all’utilizzo dei derivati.
L’allarme derivati per i comuni era legato a “un’altra era geologica della finanza locale”, ha spiegato Castelli. Per quanto riguarda i comuni, ormai è da tempo che il problema dei derivati è superato come questione che “generava problematicità ai nostri enti – ha concluso il sindaco – Ormai ci sono dei problemi ma quasi tutti devoluti al contenzioso e agli arbitrati”.

 

Fonte comuni.it

ANCONA. Al conto corrente aperto in una filiale di Lanciano di BM da un imprenditore del posto, di 42 anni, sarebbero stati applicati tassi fuori soglia che avrebbero comportato pagamenti di interessi usurari per circa 8.700 euro nel triennio 2006-2008.

E’ l’ipotesi d’usura bancaria per cui il pm di Lanciano Rosaria Vecchi ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex vicedirettore generale di BM , 66 anni, che all’epoca aveva le deleghe per il credito.
Il primo giugno si terrà l’udienza davanti al Gup Marina Valente.
Il procedimento è scattato dopo la denuncia dell’imprenditore  intestatario di un conto che gli consentiva scoperti e anticipazioni di credito funzionali alla propria attività. La difesa, rappresentata dall’avvocato R.L. di Ancona, sostiene che non vi sarebbe stato alcun tasso usurario, e che, in ogni caso, non potrebbe ascriversi alcuna responsabilità a carico di D.A, il quale non aveva in alcun modo influito direttamente sull’accensione del conto corrente, sottoposto a regole comuni ad altri.
C’era, inoltre un organismo di controllo che vigilava su questo tipo di operazioni.

Fonte primadanoi.it

Usura originaria e sospensione della procedura esecutiva anche nei confronti degli intervenuti con titolo autonomo

Tribunale di Rimini, 27 aprile 2015

Con ordinanza del 27 aprile 2015 il Tribunale di Rimini ha chiarito come vada sospesa, anche nei confronti degli intervenuti con titolo autonomo, la procedura esecutiva che risulti viziata “ab origine” in quanto basata su un credito da interessi nullo per violazione delle norme sull’usura.

Come noto, infatti, nel caso di usura originaria, ovvero in presenza di una previsione iniziale non rispettosa dei limiti posti dalle norme di legge in materia di usura, deve trovare applicazione il disposto di cui all’art. 1815 c.c., secondo comma, con riferimento alla non debenza degli interessi.

In tal caso, evidenzia il Tribunale, se al momento della notifica dell’atto del precetto non sussisteva il diritto di banca ad agire in via esecutiva, procedura, in difetto di un residuo credito in capo al procedente, deve ritenersi viziata ab origine.

Circostanza questa idonea ad inficiare l’atto di precetto ed il successivo pignoramento e che dunque impedisce la prosecuzione dell’esecuzione, nonostante la sopravvenienza di interventi basati su titoli immuni alle critiche mosse dagli opponenti

Fonte dirittobancario.it

Anche se pensiamo di aver letto bene tutte le clausole degli accordi stipulati con la banca, ci sono dettagli che possono sfuggirci. In Italia si contano circa 38 milioni di conti correnti e c’è chi ritiene che nella metà dei rapporti bancari – tra depositi, mutui e prestiti – il cliente possa avere qualcosa da rivendicare al proprio istituto di credito.

 Ecco le informazioni fondamentali da conoscere e qualche dritta per non subìre la gestione del nostro denaro, ma parteciparvi. E per difenderci da pratiche talvolta vessatorie: perché quello che le banche non dicono, spesso, assottiglia i nostri risparmi. Più o meno legalmente.

CONOSCI IL TUO CONTO

Monitorare spese ordinarie, rendimenti, tassi applicati è la prima abitudine da prendere per evitare sorprese e soprusi. Tenendo presente che il conto corrente ordinario è un servizio, non uno strumento per far fruttare i nostri soldi: i rendimenti sono molto scarsi, talvolta pari a zero. Il servizio invece ha un costo, di cui non sempre siamo consci. Possiamo scoprirlo guardando l’ISC (Indicatore sintetico di costo), che raccoglie tutte le spese nell’arco di un anno. Si trova nell’estratto conto di dicembre (sebbene non proprio in evidenza), oppure lo si può chiedere alla propria banca. Una volta sotto mano, possiamo confrontarlo con gli ISC-tipo del profilo cui apparteniamo: giovani/famiglie/pensionati, a bassa/media/alta operatività.

COMMISSIONI SALATE

Sono spesso le commissioni a far schizzare verso l’alto l’addebito complessivo. La più insidiosa è la CIV, commissione di istruttoria veloce, introdotta nel 2012 (governo Monti) in sostituzione della vecchia commissione di massimo scoperto. È una tassa fissa che scatta quando si va in rosso sul conto o quando si sconfina dal fido bancario per più di 500 euro, oppure per un importo inferiore ma protratto per oltre sette giorni (attenzione però: la regola dei sette giorni vale solo una volta a trimestre, se sforate più volte nell’arco dei 3 mesi la CIV scatta subito). Sono soldi dovuti alla banca per la messa a disposizione del cliente di somme di denaro. Gli importi dovuti possono essere salatissimi: sforare per un solo giorno, anche di 501euro, può costare 50 euro, che salgono a 85 euro per le imprese. Un po’ come un tasso di interesse molto alto. La soluzione? Evitare di andare in rosso. Se si ha bisogno di liquidità, meglio cercare di ottenere un prestito.

INTERESSI E TRASPARENZA

Regola generale per conti, mutui, prestiti: i tassi di interesse passivo vanno indicati in modo esplicito, o devono essere chiari i criteri in base ai quali vengono calcolati. Non è sempre così: nei rapporti bancari stipulati prima del 2000 a volte compare un vago riferimento alle «condizioni praticate sulla piazza»: clausole di questo tipo sono nulle, ha chiarito la Cassazione. Come nullo è l’aumento unilaterale dei tassi: va sottoscritto dal cliente. Ma l’aspetto più infido in materia di interessi è l’anatocismo, il calcolo di nuovi interessi passivi sugli interessi preesistenti: la banca, cioè, ogni tre mesi ricapitalizza l’interesse, applicando il tasso non sul solo capitale iniziale, ma su quello «nuovo» nel quale sono inclusi gli interessi già maturati. Si calcola che circa 30 gruppi bancari adoperino questa pratica, anche se è vietata. Nonostante i numerosi tentativi legislativi di reintrodurre l’anatocismo bancario, la regola resta quella prevista già nel codice civile, per cui (art. 1283) «gli interessi maturano solo sul capitale dovuto e non anche sugli interessi precedentemente maturati».

VALUTA EFFETTIVA E VALUTA BANCARIA

Sia nel calcolo di interessi attivi e passivi, che nell’applicazione della CIV, c’è un «giochetto» frequente che va a discapito del correntista: gli istituti non guardano alla valuta effettiva, cioè la data in cui in concreto avviene l’accredito o l’addebito (oggi, grazie ai sistemi telematici, in tempo reale), ma alla valuta bancaria. Così le operazioni di accredito, che generano interessi positivi per il cliente, vengono contabilizzate alcuni giorni dopo la data effettiva. Mentre le operazioni a debito vengono talvolta contabilizzate persino prima della loro reale esecuzione, con il risultato che il cliente matura più giorni di interessi passivi, inclusi quelli in cui il denaro è ancora materialmente sul suo conto. Come difendersi? Non esiste una normativa ad hoc, bisogna rivolgersi a un consulente per ottenere il riconteggio delle valute effettive.

MEDIARE O LITIGARE?

Una volta individuati quei magheggi, smascherati i quali si scopre di essere non debitori, bensì creditori della banca, che fare? Conviene di più trascinare l’istituto in tribunale o trovare un accordo? Chi ci è passato consiglia, quando possibile, di mediare. È vero che gli istituti di credito godono di un potere contrattuale maggiore, ma è vero anche che sono i primi ad avere interesse a transare: la controversia ha un costo sotto il profilo reputazionale, d’immagine, e le lungaggini processuali espongono al rischio di non recuperare, nel breve-medio periodo, neanche un euro. Se invece scegliete di denunciare e riuscite a dimostrare di essere vittima di usura da parte della voistra banca, potreste ottenere anche un mutuo senza interessi e/o la sospensione dei termini degli atti esecutivi avviati dalla banca.

giugno: 2015
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